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L’Uzbekistan in auto: tra alti minareti, moschee turchesi e mercati chiassosi

L’Uzbekistan è un’ottima meta per respirare sapori d’oriente ancora incontaminati e immergersi in atmosfere d’altri tempi. Luoghi dove la chiassosità e la vivacità dei mercanti si contrappone a monumentali edifici religiosi che dominano le città.

In questo paese dell’Asia centrale si possono scoprire antiche città murate immerse nel deserto, moderne città brulicanti di persone e paesi sperduti nella steppa, dove i pochi abitanti sopravvivono di pastorizia e agricoltura.   

L’Uzbekistan è da sempre terra di transito, terra di mercanti. Di conseguenza, come in poche altre parti del mondo, i suoi abitanti sono un incredibile e meraviglioso esempio di come tante popolazioni dalle differenti origini possono convivere in un unico territorio. Qui si trovano non solo da uzbeki, i più numerosi, ma anche molti altri gruppi etnici, tra cui vi sono russi e tagiki, caracalpachi e kirghisi, turkmeni e uiguri.

La capitale dell’Uzbekistan, Tashkent, è la porta di ingresso nel paese per chi arriva in aereo. Dall’Italia le ore di volo non sono molte, solitamente è necessario uno scalo a Mosca. Per visitare le differenti regioni ci si può poi muovere con gli economici voli interni o con le efficienti ferrovie uzbeke.

Uzbekistan: in auto si, ma con l’autista

Arriviamo però alla prima nota dolente. Anche se vi proponiamo questo viaggio in “Guidare nel Mondo” purtroppo guidare in autonomia in Uzbekistan è piuttosto complicato. La prima difficoltà sta nel trovare un’agenzia di noleggio. Sixt è una delle poche compagnie internazionali che offrono auto a Tashkent. Esistono poi agenzie locali tra cui non è sempre facile trovare quella davvero affidabile.

Un’altra considerazione importante da fare riguarda le lunghe distanze da percorre, se si intendono visitare anche le zone più remote del paese.  Solitamente si devono fare lunghi trasferimenti, attraversando paesaggi piuttosto monotoni. A questo si aggiunge il fatto che le strade sono particolarmente dissestate e richiedono una particolare attenzione “visiva” sulla carreggiata. Insomma, la guida in Uzbekistan è faticosa e poco gratificante. La soluzione migliore è quindi quella di affittare un’auto con conducente, cosa molto più facile, e piuttosto economica, considerato che comunque potete decidere voi dove andare, senza avere responsabilità riguardo alla condotta del mezzo.

Anche le agenzie turistiche in Italia possono aiutarvi a trovare una buona compagnia di noleggio con la possibilità di personalizzare il viaggio a vostro piacimento.

Uzbekistan: dove andare, quando andare

Le zone da visitare in Uzbekistan sono numerose. Qui vi vogliamo proporre un itinerario nel nord del paese, tra la città di Khiva e quella di Monyaq, fin sulle rive del lago di Aral.

Il tragitto è di circa 380 km e vi porterà da una delle più belle e suggestive città uzbeke fino al remoto settentrione del paese, dove un bacino naturale di dimensioni immense sta via via scomparendo. Non ci si trova sulla vera e propria Via della Seta, il mitico percorso dei mercanti che univa occidente e oriente, che aveva come uno dei centri principali in Uzbekistan la città di Samarkanda, ma su una sua diramezione verso Nord.

Per quanto riguarda la scelta del periodo migliore per recarsi in Uzbekistan le scelte non sono molte. Il clima è sostanzialmente continentale, più arido nella parte centro-occidentale, moderatamente piovoso a est. In estate e inverno le temperature sono quindi estreme. L’inverno è freddo, soprattutto al nord, dove la temperatura media di gennaio si aggira intorno ai -5 °C. L’estate è particolarmente calda, raggiungendo nel territorio desertico dove si snoda il nostro itinerario i 40-50 °C. Si deduce quindi che per viaggiare in questo paese, e in particolare nella zona oggetto del nostro viaggio, i mesi migliori sono quelli primaverili o autunnali.

Anche nei mesi primaverili siate comunque ben equipaggiati con abbigliamento “variabile”, adatto a temperature calde di giorno e fredde la sera.

Per quanto riguarda il cibo non avrete certamente problemi. Ovunque andiate, per quanto umili siano i “ristoranti” che visitate, troverete certamente qualche piatto che vi piacerà. Così come la gente che popola questi territori anche la cucina è cresciuta tra mille influenze gastronomiche. Carne e vegetali si coniugano in mille pietanze, con aromi e profumi che sanno d’oriente e occidente.

Khiva

Il nostro punto di partenza è la splendida città di Khiva, situata nel nord del paese. Qui si può arrivare in aereo, nel vicino aeroporto di Urgench, sia con voli interni da Taskent, sia con voli diretti da Mosca. Urgench dista poco più di 30 km da Khiva.

Le sistemazioni alberghiere sono molte e di buon livello. Il mio consiglio è per l’Hotel Asia Khiva, posto proprio a ridosso delle antiche mura, a sud del centro storico.

Khiva si trova a meno di dieci chilometri dal confine con il Turkmenistan, a ridosso della parte più settentrionale e desertica di questo paese, il Karakum Desert. Per questa sua collocazione ha subito nel corso dei secoli prevalenti influenza dall’Iran e dalla Turchia, tanto che gli abitanti parlavano originariamente una lingua iraniana orientale chiamata Khwarezmian. I turchi si sostituirono agli iraniani nel X secolo e la lingua cambiò di conseguenza.

Vi sono prove che la città esistesse già nel VI secolo d.C., ma il suo periodo di maggior splendore iniziò nel XVI secolo, quando divenne la capitale del khanato di Khiva. Qui, nel XVII secolo, si sviluppò un mercato degli schiavi. Molti di loro furono messi a lavorare alla costruzione degli edifici nella cinta muraria della città.

Il nucleo storico di Khiva: Itchan Kala

La parte della città circondata dalle alte mura in terra battuta, chiamata Itchan Kala, racchiude edifici che risalgono al XII secolo, ma la maggior parte dei suoi palazzi e edifici religiosi furono costruiti tra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento.

In quel periodo Khiva prosperò grazie alla sua posizione geografica che la poneva lungo le rotte delle carovane che attraversavano il deserto di Karakum.

L’Ichan-Kala contiene splendidi edifici di architettura islamica ed è stato designato patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1990. Qui potrete familiarizzare con le moschee, i mausolei, gli harem, i minareti e le madrasse, le antiche scuole coraniche. Particolarmente interessante è la moschea Djuma, con i suoi oltre 200 pilastri in legno intagliato e il soffitto a cassettoni intarsiato.

Un altro edificio imponente è il mausoleo di Pakhlavan Makhmoud, risalente al 1300, ma successivamente ricostruito. È dedicato al poeta, filosofo e combattente che è divenuto un santo protettore di Khiva. La leggenda dice che egli abbia aiutato un sovrano indiano e questi, per ricompensarlo, gli abbia richiesto cosa volesse in dono. Egli chiese di rilasciare i propri connazionali in carcere tanti quanti ne potesse contenere una pelle di mucca. Dopo che la proposta fu accettata, tagliò la pelle in strisce sottili in modo da ottenere una lunga cintura dentro la quale fece entrare un gran numero di prigionieri.

Khiva: tra harem e minareti

Un altro edificio particolarmente elegante che merita una visita è il Palazzo Tosh-hovli, caratterizzato del bellissimo harem, con alte colonne in legno, soffitti finemente decorati e pareti rivestite da maioliche nelle tonalità dell’azzurro.

L’edificio che vi colpirà di più sarà però l’enorme minareto Kalta Minor, splendido nei colori delle sue maioliche dalle tonalità turchesi. Il suo nome significa “minareto corto” ed è stato costruito nella metà dell’Ottocento.  Doveva essere il minareto il più alto dell’Oriente elevandosi per 80 metri, ma i suoi lavori si arrestarono a quota 29 metri. L’obbiettivo finale spiega la sua larga base, di oltre 14 metri. Avrebbe dovuto elevarsi in altezza con una forma affusolata, dal diametro decrescente.

Per vedere il minareto più alto di Khiva dovete spostarvi verso la madrassa di Islam Khoja, dove l’alta torre si erge per circa 45 metri. È facile riconoscerla, visto che supera in altezza tutti gli altri edifici della città.

Oltre alla visita agli edifici storici è piacevole passeggiare sulla sommità delle mura storiche, accessibili attraverso ripide salite in terra battuta. Le mura attuali risalgono alla fine del XVII secolo e raggiungono l’altezza di 10 metri. Dal camminamento che corre lungo la cresta merlata si possono godere belle viste sui tetti della città antica, punteggiati dalle splendide cupole azzurre delle moschee.

Da Khiva a Nukus: si sale in auto

Conclusa la visita di Khiva è giunto il momento di mettersi in marcia verso nord per la nostra prossima meta: Nukus.

Si può lasciare la città murata tornando verso Urgench, oppure puntando direttamente verso nord, dirigendosi verso il paese di Kushkupir. Se optate per quest’ultima possibilità, dovete proseguire verso nord, sfiorando il confine con il Turkmenistan, e arrivando al paese di Gurlan. Da qui si prosegue nella stessa direzione, fino a superare il fiume Amu Darya e congiungendosi quindi con la A 380. All’incrocio si prosegue a sinistra e si raggiunge Nukus in poco più di 50 km.

Nonostante la vicinanza del deserto di Karakum il primo tratto di questo percorso corre tra campagne verdeggianti coltivate. Il merito è dei fiumi che scorrono nella zona e che sono stati ben sfruttati grazie anche ad una fitta rete di canali artificiali che distribuiscono l’acqua capillarmente.

Dal bivio con la A 380 il paesaggio cambia radicalmente e la strada si immerge in un territorio completamente desertico. Ci troviamo nel Kyzylkum desert.

Lungo la strada: i seguaci di Zarathuštra

Pochi chilometri dopo aver imboccato la A 380, se guardate sulla sinistra, vedrete una specie di formazione rocciosa che si innalza dal terreno sabbioso. È il dakhma Chilpyk un antico monumento zoroastriano, una religione che adora Mazda, basandosi sugli insegnamenti del profeta Zarathuštra. Una religione molto diffusa nell’Asia centrale tra il VI secolo a.C. e il X secolo d.C.

Il monumento è datato oltre 2200 anni ed è una torre rotonda, senza il tetto, alta 15 metri e dal diametro di 65 metri, costruita proprio sulla cima di una collina naturale. Gli zoroastriani lo usavano per la sepoltura dei morti. I resti del defunto venivano gettati nella torre, in modo che fossero alla mercé degli uccelli rapaci. Questa usanza, apparentemente cruenta, si basava sulla filosofia zoroastriana, che proibiva di contaminare la terra con i resti dei corpi, considerati corrotti e impuri.

Da questa collina si può godere di una vista eccellente dei dintorni. Si vede molto bene la netta linea di demarcazione tra le terre verdi, coltivate, e il territorio desertico con arbusti rossastri e saline.

Se da Khiva decidete di andare verso Urgench, conviene superare la città attraverso la circonvallazione, per evitare il traffico e puntare verso nordest, fino a superare il fiume Amu Darya. Pochi chilometri dopo il ponte ci si congiunge con la A 380. Anche questo tragitto porta nel mezzo di terreni fertili e verdeggianti, fino alla località dal curioso nome di 81-Kilometr, dove la strada entra nel territorio desertico.

Da 81-Kilometr si devono percorrere circa 110 km per raggiungere Nukus.

Le indicazioni stradali sono quasi sempre assenti, è quindi indispensabile disporre di un buon navigatore satellitare che disponga di mappe aggiornate e disponibili offline.

Nukus

La città di Nukus è un grande centro abitato moderno, in stile sovietico, con ampi viali e grandi edifici pubblici. È la capitale della Repubblica del Karakalpakstan. Il suo punto di maggior interesse è il Nukus Museum of Art. Inaugurato nel 1966, ospita una collezione di oltre 80.000 oggetti, che vanno dalle antichità di Khorezm, all’arte popolare e alle belle arti uzbeke. Contiene inoltre la seconda più grande collezione di avanguardia russa nel mondo dopo il Museo di San Pietroburgo. Se vi piace il genere…

Ai tempi del controllo sovietico, la città fu sede di un importante centro di ricerca e test per le armi chimiche dell’Armata Rossa. La struttura è stata smantellata dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti nel 2002, nell’ambito di un programma cooperativo dotato di cospicui finanziamenti.

Anche se la città non offre attrattive di rilievo, Nukus offre comunque una buona base di partenza, anzi, l’unica, per poi avventurarsi verso il nord, verso quanto rimane del lago Aral.

Anche se in città è disponibile un cospicuo numero di hotel, il loro livello è piuttosto basso. La mia preferenza va all’Hotel Jipek Joli, posto ad un isolato dal museo cittadino. Non aspettatevi gran che, ma non c’è molto di meglio in città. Del resto, un po’ di sacrificio è indispensabile quando si visitano luoghi sperduti.

Verso il lago di Aral

Per puntare verso il lago di Aral è necessario lasciare Nukus puntando in direzione sudovest, fino a superare nuovamente l’Amu Darya. Una volta aggirata la cittadina di Xo’jayli si potrà quindi imboccare un interminabile rettilineo, lungo poco meno di 90 km, che arriva al paese di Kungrad. Da qui ci si deve dirigere verso nord e dopo circa 96 km si raggiunge il piccolo centro abitato di Moynaq.

La prima parte di questo percorso attraversa un’area particolarmente rigogliosa che gode ancora il beneficio delle acque che scendono da quanto rimane del grande lago. Da Kungrad il terreno si fa più arido, ma soprattutto più desolato. Le case sono sempre meno frequenti così come gli appezzamenti coltivati.

Moynaq è un piccolo paesino posto in un terreno arido e polveroso, nonostante sia circondato da vasti bacini d’acqua. Un tempo ospitava un porto, una comunità di pescatori e decine di migliaia di residenti, ma con la scomparsa graduale del lago d’Aral si è trovata in un territorio desertico e senza più nessun interesse economico.

Circa un chilometro a nord del paese si trova un memoriale che commemora la Seconda Guerra Mondiale ed un parcheggio da cui si accede a quello che un tempo era il fondale del lago. Si possono ancora osservare carcasse arrugginite di vecchie barche di pescatori che navigavano in questo bacino nell’era sovietica. La riva del lago si trova ora decine di chilometri più a nord. Lo stesso bacino è ormai frammentato in più porzioni minori.

Il lago d’Aral: quel che resta

Nelle lingue mongole e turche aral significa “isola” o “arcipelago” e in effetti questo vasto bacino era una volta punteggiato da moltissime piccole isole. Un tempo era il quarto lago più grande del mondo, con un’area di 68.000 km2. La sua superficie si è drasticamente e rapidamente ridotta a iniziare dagli anni ’60 dopo che i fiumi che lo alimentavano, l’Amu Darya e lo Syr Darya, furono deviati dai progetti di irrigazione sovietici, destinati a sostenere l’agricoltura regionale, dominata dalla produzione di cotone. La stessa attività che ha inoltre provocato un grave inquinamento causato dal deflusso chimico agricolo. Questo, a sua volta, ha causato l’evaporazione del lago e ha lasciato l’acqua rimanente con livelli estremamente elevati di salinità, che l’ha resa tossica e ha portato infine al disastro ecologico.

(Credit: USGS EROS Data Center)

Nel 1997 il bacino era già sceso al 10% delle sue dimensioni originali, dividendosi in quattro laghi: il Mare d’Aral settentrionale, i bacini orientale e occidentale e un lago intermedio più piccolo. Nel 2009 il lago sud-orientale era scomparso e il lago sud-occidentale si era ritirato in una sottile striscia. Le immagini satellitari scattate dalla NASA nell’agosto 2014 hanno rivelato che per la prima volta nella storia moderna il bacino orientale del lago d’Aral si era completamente prosciugato. Questo è ora chiamato il deserto di Aralkum.

La contrazione del Lago d’Aral è stata definita come uno dei peggiori disastri ambientali del pianeta.

Il lago d’Aral: una notte in yurta

Se vi recate per una passeggiata attorno ai relitti arrugginiti dei pescherecci, guardate il terreno. Potrà capitarvi di vedere ancora qualche piccola conchiglia, testimonianza di un passato ormai lontano, in cui quel luogo era radicalmente differente.

Quasi sempre quest’area è spazzata da forti venti che alzano una gran polvere. Nei pressi del parcheggio si trova un edificio di recente costruzione che vuole simulare un faro. È possibile salire sulla sua sommità, pagando un biglietto, e lasciare che lo sguardo spazi sulla distesa desertica che un tempo era ricoperta d’acqua. Se guardate bene, in direzione nord, nelle giornate limpide è possibile vedere in lontananza le linee scure che segnano il nuovo limite dei due principali bacini in cui si è diviso il lago.

Se siete veramente avventurosi potete anche dormire sulle rive del lago nella tipica tenda rotonda utilizzata in questa regione: la yurta. Gli interni sono molto accoglienti, foderati di grandi tappeti colorati e con vivaci festoni che adornano le pareti. Esternamente è tutta ricoperta da teli che impediscono a vento e polvere di penetrare all’interno.  La porta d’ingresso può essere in legno oppure un semplice telo che scende a ricoprire l’uscio.

La notte spartana sarà ripagata dall’atmosfera unica del pernottamento all’aperto, nel mezzo di spazi sconfinati, e dalla ineguagliabile stellata che riuscirete a vedere, grazie alla totale assenza di inquinamento luminoso.

Uzbekistan: già di ritorno?

Se non tollerate la mancanza delle vostre comodità, potete programmare il viaggio fin quassù in modo differente. La distanza da Moynaq a Nukus è di circa 200 km. Anche se le condizioni del manto stradale non consentono velocità particolarmente elevate è possibile fare un’escursione di una sola giornata.

Se i giorni a vostra disposizione non sono molti, e volete vedere altre zone del paese, è possibile programmare un rientro su Khiva. In questo caso i chilometri da percorrere sono circa 390, sempre piuttosto impegnativi, ma se avete un autista che guida per voi è un obbiettivo raggiungibile.

Un’altra alternativa è quella di arrivare a Nukus con un volo interno da Tashkent, puntare direttamente su Moynaq e rientrare a Nukus per il pernottamento. Il giorno successivo ci si potrà spostare a Khiva.

L’aeroporto di Nukus non ospita molti voli internazionali, ma i voli interni, provenienti dalla capitale sono piuttosto frequenti.

Uzbekistan: il viaggio continua

Il viaggio in questa regione dell’Uzbekistan regala molte emozioni. Quelle evocate dai maestosi edifici ricoperti da maioliche turchesi e dal riecheggiare delle preghiere dei muezzin. Quelle sussurrate dagli sterminati spazi desertici, sferzati dal vento. Vi resteranno nel cuore anche i pranzi e le cene, consumati in ambienti suggestivi, tra profumi di spezie orientali. Un posto nel vostro cuore lo troverà però anche la popolazione locale, così etnicamente variegata e accogliente, espressione delle molte etnie che hanno attraversato queste terre. Un popolo che dalla conquista di Alessandro Magno ha vissuto alterne vicende nel corso dei secoli, ma che ha saputo integrare genti dalle origini estremamente differenti. Un modello per i nostri giorni.

Questo itinerario vi porta ad esplorare solo una piccola parte dell’Uzbekistan. È possibile poi proseguire verso sud, attraverso Bukhara e Samarcanda, fino all’estremo orientale del paese, nella rigogliosa valle di Fergana. Ogni località saprà offrirvi nuove sorprese e luoghi interessanti da visitare.

Franco Folino

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